Il Ciarra

Non uso questo blog da un pezzo, ma dovevo trovare un modo per condividere uno dei punti più altri del libro intervista di Mucchetti a Geronzi, finora trascurato. I caratteri di quattro persone in un’episodio.

E’ Massimo Mucchetti a parlare: “Se posso rallegrarla con un ricordo, le dirò che, su suggerimento di Caracciolo, andai a trovare Ciarrapico nella sua casa di Roma, una palazzina intonacata di bianco dalle parti di via Sardegna, subito dopo quella famosa mediazione. (Ciarrapico fece da mediatore nella vicenda Mondadori, ndb). Il “Ciarra sembrava aver voglia di fare quattro chiacchiere a taccuino chiuso con un giornalista di quel gruppo editoriale così lontano da lui. Compresi solo alla fine il perché di quella strana cena, noi due seduti l’uno di fronte all’altro, ai lati brevi di un fratino esageratamente lungo. Fu quando, al momento del congedo, il padrone di casa esibì i regali che aveva ricevuto per quel suo servizio: un paesaggio tutto scuro da parte di Berlusconi (“L’ho fatto vedere e mi hanno detto che è una crosta,” mi confidò), una cosa minima che non ricordo da parte di De Benedetti, un volumetto con una raccolta di suoi articoli da parte di Scalfari (“Voleva essere un omaggio tra editori o non voleva spendere?”); il migliore fu Caracciolo che, conoscendo la sua passione per i soldatini di piombo nelle divise storiche, gliene fece avere un plotone, cosa che lui gradì. Nel tendermi la mano, il “Ciarra” sentenziò: “Mai aspettarsi niente dai ricchi!”. (pag. 226-227)

I.R.S. e Attilio Befera

Mi sono ricordato che quand’ero ragazzino e guardavo il wrestling (l’epoca d’oro – almeno per me – quella di Hulk Hogan, Ultimate Warrior, Macho Man, etc), c’era un personaggio: IRS. Nella elementare etica del wrestling, IRS era un cattivo. Beccava i buuuh del pubblico, tutti gli tifavano contro, lui vinceva spesso in modo sporco. IRS era un uomo del servizio recupero crediti delle tasse. Nei video che precedevano gli incontri lo si vedeva andare a casa delle persone e sequestrare un elettrodomestico a chi non aveva modo di pagare le tasse. Gli americani lo odiavano. Lo odiavano quanto il wrestler che fingeva di essere iracheno o quanto quello che fingeva di essere russo. A un certo punto, IRS divenne compagno di Ted Di Biase, l’uomo da un milione di dollari. La coppia del miliardario sprecone e il tizio della riscossa crediti costituiva la coppia spregevole per eccellenza.

Io, piccolo, non capivo perchè l’odiassero tanto. Portava addirittura delle belle bretelle rosse. Tutto questo per dire che ci ripensavo, oggi, ad I.R.S. e a tutti quei fischi. Vedendo che il nostro capo degli I.R.S. è un idolo. (E queste due foto, tra le prime dei due, che ho trovato).

Geopolitica

Non che vada pazzo per le barzellette, anzi. Ma mi piacciono le barzellette “straniere”. Questa l’ha raccontata un’armena.

“Un turco ed un azero pregano Allah di rovinare l’Armenia. Pregano un giorno, due, tre… Dopo una settimana c’è un terremoto in Turchia e in Azerbayjan esplode una raffineria. Il turco e l’azero si arrabbiano e si lamentano dicendo ad Allah che pregavano per rovinare l’Armenia e non loro. E Allah risponde: Oh ragazzi, scusatemi. Avevo la mappa vechia”.

Ancora di volée e Pinochet

Un paio d’anni fa, un documentario su Adriano Panatta e una sua autobiografia avevano raccontato una storia ai più sconosciuta, e cioè che in occasione della vittoria dell’Italia in Coppa Davis, nel 1976, lui e Bertolucci indossarono una maglietta rossa, durante l’incontro di doppio, per provocazione al regime fascista. Il fatto che questa cosa fosse venuta fuori con tanti anni di ritardo, e non fosse mai stata rivendicata neppure quando la sinistra voleva evitare la trasferta in Cile per non legittimare (sic) Pinochet con slogan futuristi tipo “Non si giocano volée con il boia Pinochet” o “Non si mandano i tennisti a giocar con i fascisti” aveva alimentato qualche dubbio sulla veridicità della faccenda. O quantomeno sull’efficacia. Dubbi che, però, per via delle cortesia degli intervistatori non sono mai stati riferiti a Panatta o Calopresti, o chi per loro. Per avere una loro versione quantomeno.

Oggi, su Repubblica, Giovanni Marino ha domandato a Jaime Fillol, uno dei tennisti cileni in campo nel 1976: “Panatta e le sue magliette rosse: come prese quel gesto?”. E Fillol ha risposto: “Nè io nè i miei compagni lo collegammo a una possibile protesta. Pensai: il rosso fa parte della bandiera italiana, mentre l’azzurro della Nazionale di calcio c’entra poco col tennis”.

Poi dici la sindrome da accerchiamento e la congiura mondiale

Oggi Repubblica a pagina 32 pubblica la seguente lettera di Saverio Russo da Foggia:

“Consulto con una certa attenzione le pagine di Google e ogni giorno scorro le notizie proposte nella rubrica Google News. Da quando è iniziata la campagna elettorale, a parte le notizie di cronaca nera, quelle riferibili alla politica nazionale sono quasi sempre riprese dal Giornale e da Libero. Quindi insieme ai suoi giornali e alle emittenti televisive, la grancassa del Cavaliere può beneficiare anche della benevola attenzione di Google”.

La ricicleria di via Tortona

Era da un po’ di tempo che volevo scrivere questa cosa, ed è uscita su Donna della Repubblica sabato 21/4 (da pag. 91 in poi).

Mia nonna se n’è andata il mese scorso. Viveva nella stessa casa da 30 anni», mi  racconta Gino.  «Ma non era sua, era in affitto. Quindi ci toccava liberarla.  E in fretta, pure. Avere la ricicleria  qui a due passi è stato molto comodo. Sarò venuto a scaricarci spazzatura già venti volte. Ogni volta i Rom erano lì, all’ingresso. Qualche volta gli ho dato qualcosa, altre volte ho finto di non aver niente che gli potesse servire. Perché di certo non potevo mettermi a spiegargli i miei dubbi. Ma non so ancora se ho fatto la cosa giusta».
All’inizio di Via Tortona, a Milano, pochi metri da uno dei centri della Settimana del Design, dai suoi vernissage e dai suoi studi sui materiali, c’è stato per anni un traffico di materiali pregiati un po’ diverso. Tutto ruotava attorno alla ricicleria di Piazzale delle Milizie, una delle tre aree della città in cui è possibile liberarsi di pile vecchie, lampade al neon, vetro, pneumatici, pezzi di ferro, lavatrici e tutte quelle cose che per via della differenziata e dell’ecologia non si possono più lasciare ai cigli delle strade di campagna o accanto ai cassonetti. Per accedere alla ricicleria tocca percorrere una breve stradina piena di polvere, cartacce, macchine parcheggiate a spina di pesce. C’è spazio per il passaggio – lento – di una sola auto. Appena imboccata la stradina, capita sempre che alcuni uomini si avvicinino. Sia a destra che a sinistra. Chiedono curiosi cosa stai andando a buttare. Non ti spieghi subito il senso della domanda. Rispondi onestamente, e perché non dovresti? D’altra parte loro sono gentili, e se ti mostri affabile anche loro ricambiano.
In una vecchia puntata dei Simpson, Bart si arricchisce rapidamente con la new economy, ma altrettanto rapidamente torna nullatenente allo scoppiare della bolla finanziaria. C’è una scena divertente in cui il proprietario della società si ritrova con in mano tonnellate di azioni che valgono zero, e non gli resta altro che invitare i colleghi a rubare con lui fili di rame dal muro, stracciandoli. È l’unico valore che resta.
Lo sanno bene anche i Rom che stazionano davanti alla ricicleria. Forse dovremmo dire che stazionavano, visto che il 4-5 aprile la polizia li ha sgomberati (un centinaio). Ma forse potremmo pure dire i Rom che stazioneranno, perché, passata l’attenzione, passata soprattutto il design week – come se le due realtà non potessero coesistere mentre sono una la prosecuzione dell’altra – torneranno. È troppo redditizia come attività, ed è assurdo credere che uno sgombero – non il primo, non l’ultimo – fiacchi una resistenza già segnata da strazi e risentimenti peggiori.
Siamo abituati alle foto dei cumuli di monnezza di Napoli, ai sacchetti neri stracciati, alle scorze di anguria, ai cumuli
che abbracciano le automobili e anche alla spazzatura bruciata. Ma i container della ricicleria sono diversi. Qui il legno va con il legno, i gabinetti vanno con i bidè, i rami freschi coi rami freschi, i computer vecchi con l’elettronica vecchia. (Davanti a centinaia di mangiacassette, vecchi videogame per bambini e cellulari simili a citofoni ci si sente come uomini che arrivano dal futuro). Gli uomini fuori, invece, accettano solo metallo, o quegli oggetti che, bruciando, possono restituirne. Di tanto in tanto anche altri rifiuti, materassi, giochi per i bambini, tende o teloni, ma fondamentalmente metallo. Oltre all’elemosina, è l’unica forma di sostentamento di una piccola comunità che come in una megalopoli del Centrafrica – ma qui saremmo nel centro di Milano – vive con gli scarti degli scarti di tutti.
Ma qual è la “cosa giusta” di cui parlava Gino? Si può davvero spiegare a qualcuno che è meglio gettare una lavatrice piuttosto che dargliela, soprattutto quando questa lavatrice vecchia significa una giornata di lavoro con fatica, tempo e impegno? Non c’entrano le frontiere, i furti o l’elemosina. Non c’entrano neppure i Rom, il razzismo o le opinioni politiche. È una domanda molto più semplice: quale delle due è la cosa giusta? Riciclare o regalare? Ho provato a chiederlo a qualcuno dei frequentatori della discarica. E al netto dei commenti violenti – tanti li fanno, ma osservandoli da lontano nessuno poi passa ai fatti – vengono fuori alcune tendenze, riassumibili così: «Non glielo puoi spiegare perché non gli puoi dare la tua spazzatura, ma è così. Al punto in cui siamo è più importante l’ambiente delle persone». Oppure questo: «Ho raccolto batterie, lampadine e vecchie lampade per un pezzo. Oggi volevo liberarmene, ma mi hanno preso alla sprovvista. Ragionare su qualcosa non è come rifiutare a sangue freddo un aiuto gratis a un tizio, guardandolo in faccia». E ancora: «Se vogliamo parlare davvero per assurdo, allora ti dico che rispetto all’ambiente loro consumano un centesimo di quanto consuma uno di quelli che viene qui in macchina a buttare due neon solo per sentirsi in pace con la coscienza». O «La differenziata doveva servire a responsabilizzare la gente, invece guarda cosa fanno in Via Tortona: stampano e producono qualsiasi cagata, perché tanto poi si butta e si ricicla». E «Quand’ero ragazzo dicevano che non serviva a nulla la solidarietà, che facevamo un piacere ai potenti facendo solidarietà, che dovevamo lasciare tutto così com’era perché a un certo punto tutto sarebbe saltato e avremmo ricominciato da zero e per bene. Guarda invece cos’è successo». E per finire il sempreverde: «Tutti quanti dobbiamo campare. Anche chi vive qui e non ne può più della puzza di bruciato la sera». Per via di quest’attività, poco alla volta s’era creata una piccola baraccopoli sui binari del treno, all’ombra del cavalcavia del piazzale. Tra il Naviglio Grande e la Ricicleria. Lì passano solo regionali. Di giorno i treni facevano tremare tutto, ma di notte si dormiva tranquilli e poi era vicino al lavoro.
In italiano siderale e siderurgia hanno la stessa etimologia, vengono tutti e due da sideros, ferro in greco. Gli antichi greci non conoscevano l’estrazione del ferro (la siderurgia), e l’unico ferro che avevano era proprio quello che trovavano sulla Terra, arrivatoci come meteorite (siderale). Tant’è chenell’Iliade, quando ci sono i giochi per la morte di Patroclo, uno dei premi consiste proprio in un pezzo di ferro. Quando svanisce il costo degli oggetti e resta solo la materia inerte, l’unica cosa che ha valore è il buon vecchio metallo. Solo queste persone oggi riescono a dargliene uno. Ma niente plastiche, divani fuori moda, oggetti che saranno hi-tech solo per una primavera, forme ellittiche e melamina colorata. Vale solo quello che c’era all’inizio di tutto. Il ferro e il rame.