Ancora di volée e Pinochet

Un paio d’anni fa, un documentario su Adriano Panatta e una sua autobiografia avevano raccontato una storia ai più sconosciuta, e cioè che in occasione della vittoria dell’Italia in Coppa Davis, nel 1976, lui e Bertolucci indossarono una maglietta rossa, durante l’incontro di doppio, per provocazione al regime fascista. Il fatto che questa cosa fosse venuta fuori con tanti anni di ritardo, e non fosse mai stata rivendicata neppure quando la sinistra voleva evitare la trasferta in Cile per non legittimare (sic) Pinochet con slogan futuristi tipo “Non si giocano volée con il boia Pinochet” o “Non si mandano i tennisti a giocar con i fascisti” aveva alimentato qualche dubbio sulla veridicità della faccenda. O quantomeno sull’efficacia. Dubbi che, però, per via delle cortesia degli intervistatori non sono mai stati riferiti a Panatta o Calopresti, o chi per loro. Per avere una loro versione quantomeno.

Oggi, su Repubblica, Giovanni Marino ha domandato a Jaime Fillol, uno dei tennisti cileni in campo nel 1976: “Panatta e le sue magliette rosse: come prese quel gesto?”. E Fillol ha risposto: “Nè io nè i miei compagni lo collegammo a una possibile protesta. Pensai: il rosso fa parte della bandiera italiana, mentre l’azzurro della Nazionale di calcio c’entra poco col tennis”.

Nove per nove farà ottantuno?

Alcuni spettacoli accadono talmente identici che danno la stessa serenità di vedere le montagne fuori dalla finestra. Vuoi la gerontocrazia, vuoi l’immobilismo, o vuoi siano davvero gli uomini più valenti d’Italia, ma se sfogliassi un quotidiano di una dozzina di anni fa troverei gli stessi contendenti e la stessa campagna elettorale. Intercettazioni telefoniche, farneticazioni di qualche politico alla ricerca di notorietà, la nuova sensazionale scoperta scientifica presto dimenticabile. Certo, ora si fa un po’ di fatica in meno trovando allegata una bella copia di Shining in Dvd piuttosto che in Vhs, ma poi non è che i quotidiani, volenti o nolenti, siano così diversi.

L’unico modo per accorgermi che sono effettivamente trascorsi diversi anni è che in un’edizione nazionale del 10 aprile 2010, in ultima pagina, affianco alle notizie sul meteo o sulla destra delle estrazioni del lotto, c’è una rassicurante mezza paginetta dedicata al sudoku. Questo giochetto di logica importato con l’unico scopo di imporsi come moda dell’estate si è dimostrato in realtà tenacissimo. E in barba a tantotantotantotantotanto e a dammitreparole solecuoreamore non è stato riposto con gli ombrelloni, ha superato agevolmente un paio di inverni freddi ed ora è parte integrante dei nostri quotidiani. Non ho mai visto qualcuno risolvere un sudoku da un quotidiano, ma immagino che avranno le loro ricerche di mercato per giustificarlo.

Oggi, per dire, Il Giornale, La Repubblica gli dedicano dello spazio. D’altronde è simpatico e, credo, che costringendo i lettori a spendere dieci minuti in più sul giornale gli si lasci la convinzione di aver adempiuto i compiti di buon cittadino con maggior dedizione. Lo scopo del gioco è, come ormai sapranno anche i sassi, riempire le 81 caselle di un quadrato armati di matita, gomma da cancellare e santa pazienza. A seconda dei numeri offerti al risolutore e della loro disposizione, risolvere un sudoku può essere più o meno difficile. Tuttavia è curioso scoprire quali diversi livelli di difficoltà i sudoku dei vari quotidiani prevedano. E così mentre solitamente Il Giornale alterna uno schema di difficoltà facile a uno difficile, La Repubblica offre un Sudoku di livello avanzato. Ciò – teoricamente – significa che almeno secondo Feltri i suoi lettori hanno capacità di logica inferiori a quelle che secondo Ezio Mauro avrebbero i suoi. Sarebbe una prova evidente di ciò che dal Repubblica non si può ripetere per non apparire spocchiosi e che da destra viene tacciato come il solito snobismo.

Anche se non ne risolvo uno da anni, il sudoku mi dà una soddisfazione non da poco: il suo successo mi fa sperare che i gusti non siano ancora del tutto manovrabili a tavolino. Se anche scomparisse domani, avrebbe comunque vinto la sua battaglia sulle mode. Perché se da una parte siamo sempre più bombardati d’informazioni, dall’altra siamo sempre più convinti delle nostre capacità di discernere ciò che ci piace o meno, che ci interessa, ci annoia o ci diverte. Le tecnologie, i media, ci costringono a studiare il modo di spendere il tempo. Perché non c’è tempo libero da perdere. Ogni ritaglio è prezioso e rappresenta il proprio angolo di lusso. Quello di cui gli altri non possono disporre. La scelta sembra infinita, ci si può perdere in essa. Come dice quello slogan “Il mondo è tuo”. Peccato solo sia uno slogan che va bene allo stesso modo – chissà come hanno fatto a non accorgersene – per Al Pacino in Scarface e per Aladin di Walt Disney.

Ritrovato

Le pagine molto interne dei quotidiani, poco prima dell’economia, sono ormai appannaggio delle notizie scientifiche. Notizie che poi di scientifico non hanno mai troppo perché si risolvono semplicemente nel citare una ricerca di una qualche università americana e concludere, già dal titolo, essere felici fa bene. Un po’ di malinconia allunga la vita. Ecco perché l’uomo tradisce. Tutte notizie fino a pochi anni fa confinate su riviste per anticamere di gabinetti dentistici, giusto un po’ ripulite. Ieri sera leggevo i risultati di alcuni nuovi studi del genere. Non ricordo il nome ma potrei giurare che l’università fosse molto prestigiosa. Scienziati hanno scoperto che il feto soffre. Può provare dolore e sofferenza, proprio come una persona. L’aborto, dunque, sarebbe una sorta di “omicidio” perché uccide qualcuno che in tutto e per tutto è come una persona. Come da titolo, il senso della cosa è inequivocabile: “Soffro, dunque esisto”.

Ognuno è libero di scegliere a modo suo. Ma è sempre quella storia di Massimo Troisi e della Madonnina che piange: se la Madonna rideva, ci venivo al pellegrinaggio. E anche i professori universitari si dovevano stare zitti, perché il legno può trasudare mica può ridere. Non ne ho mai avuta l’occasione ma diciamo che se dovessi convincere qualcuno a non abortire, preferirei puntare su “Si divertirà con gli amici”, “la vita è bella”o “Si divertirà a fare sport”. Andrebbero bene anche bugie palesi. Ma mi focalizzerei su qualcosa di più allegro, insomma. Tipo: “Una nuova ricerca americana dice che quando i bambini nella pancia calciano la madre, ridono e si divertono da matti”. Sarebbe molto più efficace.

Invece, la comunicazione pubblicitaria ha così preso il sopravvento che anche quando si tratta di temi più complessi, a prevalere sono sempre quegli schemi lì. Basta guardare una qualsiasi pubblicità progresso. Prima ancora di voler dire qualcosa, è già una pubblicità. Lo shock prevale sul messaggio. L’idea di base è che solo lo spavento possa trasmettere qualcosa. E non è possibile un’alternativa. O si fa pubblicità o non se ne parla. Nelle fiction italiane, per dire, non si può abortire. Forse perché considerano gli spettatori troppo stupidi per vedere un aborto. Cosa che tra l’altro la dice lunga anche sulla qualità della nostra tv. L’aborto è il convitato di pietra. Fingono non esista. Sarebbe più credibile se lo mostrassero anticipando le scene con una di quelle scritte che mettono prima degli incontri di Wrestling, “Non fatelo a casa”. Don’t do this at home. Ma per ora anche i bambini sono considerati più intelligenti. Anche se c’è una disoccupata, una vedova, una struprata, se i genitori si odiano – scegliete le ragioni per cui si abortisce – vivono come se l’aborto non esistesse. Però – ammettendo pure che l’aborto sia un male in sé – gli sceneggiatori non possono cancellare gli altri “mali”. E perciò usano le gravidanze, una volta su due, come colpi di scena negativi. Una volta su due persone che costruiscono felici il proprio avvenire vengono colpiti dalla iattura della gravidanza. Non sono felici di avere il bambino e, paradossalmente, cosa li salva? Li salva che nelle telenovelas italiane, le donne non sono in grado di camminare sui tacchi. Cadono in continuazione. Dalle scale, inciampano, spinte da uno scippatore. Cadono, perdono il bambino, e così si parla di aborto.