I.R.S. e Attilio Befera

Mi sono ricordato che quand’ero ragazzino e guardavo il wrestling (l’epoca d’oro – almeno per me – quella di Hulk Hogan, Ultimate Warrior, Macho Man, etc), c’era un personaggio: IRS. Nella elementare etica del wrestling, IRS era un cattivo. Beccava i buuuh del pubblico, tutti gli tifavano contro, lui vinceva spesso in modo sporco. IRS era un uomo del servizio recupero crediti delle tasse. Nei video che precedevano gli incontri lo si vedeva andare a casa delle persone e sequestrare un elettrodomestico a chi non aveva modo di pagare le tasse. Gli americani lo odiavano. Lo odiavano quanto il wrestler che fingeva di essere iracheno o quanto quello che fingeva di essere russo. A un certo punto, IRS divenne compagno di Ted Di Biase, l’uomo da un milione di dollari. La coppia del miliardario sprecone e il tizio della riscossa crediti costituiva la coppia spregevole per eccellenza.

Io, piccolo, non capivo perchè l’odiassero tanto. Portava addirittura delle belle bretelle rosse. Tutto questo per dire che ci ripensavo, oggi, ad I.R.S. e a tutti quei fischi. Vedendo che il nostro capo degli I.R.S. è un idolo. (E queste due foto, tra le prime dei due, che ho trovato).

Adrianopoli

C’è un bar in via Lorenteggio dove sono stato due volte che aveva sempre la Padania sul tavolo. Niente Gazzetta o Corriere di spalla. I clienti potevano leggere solo la Padania. (Che è anche la ragione evidente per cui ci sono entrate solo due volte). Oggi sono passato e ho visto che è cambiata gestione. E nome. E, molto probabilmente, anche proprietà. Al bancone c’era una coppia di cinesi. Sono soddisfazioni.

Fratello di Dio

E’ un campetto di periferia, e anche per chiamarlo campetto serve molta fantasia. C’è una porta senza reti; due pali bianchi – strano che il colore abbia tenuto tanto bene – in mezzo allo sterrato, ogni tanto sbuca qualche sasso.  Poco più in là erbacce altissime, quando il pallone ci finisce dentro servono minuti per ritrovarlo. E attenti alle ortiche. Una troupe della televisione intervista un bambino. La sua decisione – “voglio giocare nella nazionale, e voglio vincere la coppa del mondo” – cozza con quella cornice. Fa qualche giochetto col pallone, gambetas le chiamano da quelle parti. C’è un altro bambino che commenta: “E’ Dio, nessuno giocherà mai come lui”.

Dietro le telecamere ci sono i genitori di quel bambino. Sono fieri di lui, ci mancherebbe altro. Ha solo dieci anni, è così forte che è venuta addirittura la televisione. Sua mamma ha in braccio il fratellino. Ha poco più di anno. Dice già bola calciando il pallone; e tutti ridono. A lui piace da matti quando a passargli la palla è Diego.

E’ facile essere figli di Dio. O, comunque, molto più facile che esserne fratelli. Hugo Maradona nasce a Lanus, il 9 maggio 1969; quando il fratello, Diego Armando, ha nove anni ed è già Diego. Basta riguardare, oggi, il minuto scarso di quel servizio per trovarci dentro già tutto: non fa cadere la palla a terra, ha il numero dieci e le gambe magre da malnutrito. (continua)

(Ieri ho rinnegato il blog. – Ma solo perchè non è ancora un blog. – Oggi mi sono sentito in colpa nei suoi confronti).