Lasciarsi un giorno a the island

Lost è come la mia ragazza che sta partendo e andrà a lavorare tre anni a Rio de Janeiro, o come la mia ragazza che sta partendo e andrà a fare l’Erasmus a Barcellona. Siamo stati molto bene assieme, ci siamo divertiti molto, ci siamo amati. Ultimamente, però, sono solo litigi,. Anzi, ormai neanche più quelli: c’è solo disillusione e voglia che finisca tutto il più presto possibile. Nessuno dei due ha il coraggio di fare questo passo, allora aspettiamo che lei parta, che qualcosa dica la parola fine.

Quella voglia di vedersi a tutti i costi, quelle estati in cui eravamo lontani e ci sentivamo tutte le sere, per ore, per parlare della botola sono un ricordo molto lontano. Ma allo stesso tempo ancora vivido. Abbiamo provato tanto a ricostruire qualcosa, senza riuscirci.   Gli ultimi tentativi ci sembravano solo un’imitazione, un atteggiarsi. Le cose per cui mi sono innamorato di lei, sono proprio le stesse cose che ora mi fanno imbestialire. Il dire, il non dire, io lo so che tu lo sai che io lo so, basta. Non più oltre.

Ora che però mancano solo tre giorni per la sua partenza il magone sale. Ieri sera ci siamo messi lì, e abbiamo ripensato ai momenti più belli della nostra storia. E, di nuovo, per un attimo c’è venuta voglia non finisse. Voglia che lei non partisse, non andasse a sbronzarsi con brasiliani/barcellonesi mentre io resto qui provando ad innamorarmi di Flash Forward o andando la sera al cinema vedendo film coreani con Pacific.

Lunedì mattina la accompagnerò all’aeroporto. Sarà ancora più dura. Ma, tornando a casa, penserò che è  meglio così. E, se mi venisse il dubbio di comprare un biglietto per andare a trovarla, ripenserò a Dogen.

Ritrovato

Le pagine molto interne dei quotidiani, poco prima dell’economia, sono ormai appannaggio delle notizie scientifiche. Notizie che poi di scientifico non hanno mai troppo perché si risolvono semplicemente nel citare una ricerca di una qualche università americana e concludere, già dal titolo, essere felici fa bene. Un po’ di malinconia allunga la vita. Ecco perché l’uomo tradisce. Tutte notizie fino a pochi anni fa confinate su riviste per anticamere di gabinetti dentistici, giusto un po’ ripulite. Ieri sera leggevo i risultati di alcuni nuovi studi del genere. Non ricordo il nome ma potrei giurare che l’università fosse molto prestigiosa. Scienziati hanno scoperto che il feto soffre. Può provare dolore e sofferenza, proprio come una persona. L’aborto, dunque, sarebbe una sorta di “omicidio” perché uccide qualcuno che in tutto e per tutto è come una persona. Come da titolo, il senso della cosa è inequivocabile: “Soffro, dunque esisto”.

Ognuno è libero di scegliere a modo suo. Ma è sempre quella storia di Massimo Troisi e della Madonnina che piange: se la Madonna rideva, ci venivo al pellegrinaggio. E anche i professori universitari si dovevano stare zitti, perché il legno può trasudare mica può ridere. Non ne ho mai avuta l’occasione ma diciamo che se dovessi convincere qualcuno a non abortire, preferirei puntare su “Si divertirà con gli amici”, “la vita è bella”o “Si divertirà a fare sport”. Andrebbero bene anche bugie palesi. Ma mi focalizzerei su qualcosa di più allegro, insomma. Tipo: “Una nuova ricerca americana dice che quando i bambini nella pancia calciano la madre, ridono e si divertono da matti”. Sarebbe molto più efficace.

Invece, la comunicazione pubblicitaria ha così preso il sopravvento che anche quando si tratta di temi più complessi, a prevalere sono sempre quegli schemi lì. Basta guardare una qualsiasi pubblicità progresso. Prima ancora di voler dire qualcosa, è già una pubblicità. Lo shock prevale sul messaggio. L’idea di base è che solo lo spavento possa trasmettere qualcosa. E non è possibile un’alternativa. O si fa pubblicità o non se ne parla. Nelle fiction italiane, per dire, non si può abortire. Forse perché considerano gli spettatori troppo stupidi per vedere un aborto. Cosa che tra l’altro la dice lunga anche sulla qualità della nostra tv. L’aborto è il convitato di pietra. Fingono non esista. Sarebbe più credibile se lo mostrassero anticipando le scene con una di quelle scritte che mettono prima degli incontri di Wrestling, “Non fatelo a casa”. Don’t do this at home. Ma per ora anche i bambini sono considerati più intelligenti. Anche se c’è una disoccupata, una vedova, una struprata, se i genitori si odiano – scegliete le ragioni per cui si abortisce – vivono come se l’aborto non esistesse. Però – ammettendo pure che l’aborto sia un male in sé – gli sceneggiatori non possono cancellare gli altri “mali”. E perciò usano le gravidanze, una volta su due, come colpi di scena negativi. Una volta su due persone che costruiscono felici il proprio avvenire vengono colpiti dalla iattura della gravidanza. Non sono felici di avere il bambino e, paradossalmente, cosa li salva? Li salva che nelle telenovelas italiane, le donne non sono in grado di camminare sui tacchi. Cadono in continuazione. Dalle scale, inciampano, spinte da uno scippatore. Cadono, perdono il bambino, e così si parla di aborto.

ATTICA

Premessa: Fox ha inventato un Fantalost che si gioca seguendo la messa in onda italiana della serie. Visto che sono tra quelli abituati a scaricare la puntata dell’Abc pensavo fosse un gioco da ragazzi vincere. Invece devo essere molto più stupido di Biff Tannen (il tizio che in Ritorno al futuro diventa ricco con le scommesse sportive perchè ha un almanacco con tutti i risultati “del futuro”) visto che non riesco neanche ad avvicinarmi ai primi.

Tema: Perchè ormai ci fa schifo Lost?

Svolgimento: Lost parla fondamentalmente di complotti. Vero, falso, cosa si nasconde, cosa non ci vogliono dire, conoscere, sapere, io lo so che tu lo sai che io lo so. Ogni personaggio è al centro di un piccolo complotto. L’isola stessa è un complotto. Il premio per la nostra passione è scoprire perchè loro e l’isola sono lì. Perchè un complotto regga deve tenere assieme due cose: essere molto semplice ed essere molto complicato. Semplice da capire, ma attraverso una complicatissima esecuzione. Chiunque – ma proprio chiunque (come Dan Brown sa bene) – può comprendere un complotto arzigogolato. Anche se ridurre gli eventi a un domino è la cosa più semplice che esista, la complessità rientra – inserendo nel domino degli avvenimenti – saperi nascosti, verità sepolte da secoli, illuminati, illuminazioni, poteri che si scontrano per svelare o nascondere. I complotti sono belli, le loro dimostrazioni soprattutto. La casualità ridotta a concanetazione di eventi appassiona, ed è rassicurante. Anche la spiegazione del complotto Tartaglia-Berlusconi – per quanto ridicola – si fa guardare.

Tutti i complotti – anche i migliori come quello dell’isola – affrontano quella che per comodità chiameremo la fase ATTICA. In Quel pomeriggio di un giorno da cani Al Pacino sta rapinando una banca.  Ha preso degli ostaggi ma il suo piano ha fallito ed è circondato dalla polizia. E’ spacciato. Però lui è un fico. Veramente fico. Esce dalla banca per trattare con la polizia e urla ATTICA (una prigione diventata famosa per una sommossa di detenuti soffocata nel sangue, 40 morti). “ATTICA non c’entra nulla, Al. Smettila. Libera gli ostaggi e lascia le armi”. Non riescono a dirglielo. Perchè tutta la gente radunata attorno alla banca per capire che succede inizia a urlare ATTICA, ATTICA, ATTICA, ATTICA. E anche tu, nella tua testa, urli ATTICA. Anche se non c’entra niente, anche se quello sta rapinando una banca, ATTICA ATTICA, anche se stai vedendo un piede con quattro dita, ATTICA, anche se c’è un’isola nascosta che non si era mai vista chissà perchè, ATTICA, ATTICA, ATTICA.

Ma, a un certo punto, la fase ATTICA finisce. Uno torna a casa la sera e si chiede perchè lo ha urlato. Altri se lo chiedono dopo una settimana, altri dopo dieci anni. (E, a volte, danno pure la colpa a chi ha urlato ATTICA per primo – come fosse solo sua). Non finisce per tutti, ovviamente, alcuni non se lo chiedono mai. A 70 anni urlano le stesse cose che urlavano a 15. O vanno a vedere l’Ultima Cena per capire come il Santo Graal sia diventato il sang real (sic).

Lost ci fa schifo, ormai, per una ragione molto semplice, dal punto di vista epistemologico non vale più un cazzo.  (Ecco il più profondo insegnamento di Lost: se dici epistemologico poi devi dire anche cazzo). Non c’è nessuna complessità da risolvere, nessun sapere da condividere, niente da ricostruire. Il complotto è esploso: non c’è più conoscenza da gustare. Mentre tutti gli intrighi dovrebbero reggersi sul bilanciamento dei saperi, ormai siamo tutti come Sawyer [SPOILER ALERT] quando parla con la Nemesi di Jacob. Non ce ne frega un tubo di sapere cos’è l’isola. Quello che ancora regge tanti davanti alla tv sono i plot minuscoli: che fine ha fatto Aaron? e Claire? Walt? il cane? Ma della trama principale zero. Perchè anche se non sappiamo cosa è stato, tutto è stato scoperto.

Lost è nella deriva Twin Peaks. Entrambi prendono spunto da un espediente semplice: l’indagine poliziesca su un omicidio o cosa succederebbe in un’isola deserta (un tema che va bene dai libri di filosofia alle barzellette dell’enigmistica).  Entrambi hanno avuto successo fin quando la trama si dipanava, ma poi – con le risposte – sono arrivate le critiche. Twin Peaks ha anche una ragione morale dietro le critiche (lui lo spiega bene), Lost non se la può più permettere.