Geopolitica

Non che vada pazzo per le barzellette, anzi. Ma mi piacciono le barzellette “straniere”. Questa l’ha raccontata un’armena.

“Un turco ed un azero pregano Allah di rovinare l’Armenia. Pregano un giorno, due, tre… Dopo una settimana c’è un terremoto in Turchia e in Azerbayjan esplode una raffineria. Il turco e l’azero si arrabbiano e si lamentano dicendo ad Allah che pregavano per rovinare l’Armenia e non loro. E Allah risponde: Oh ragazzi, scusatemi. Avevo la mappa vechia”.

Adrianopoli

C’è un bar in via Lorenteggio dove sono stato due volte che aveva sempre la Padania sul tavolo. Niente Gazzetta o Corriere di spalla. I clienti potevano leggere solo la Padania. (Che è anche la ragione evidente per cui ci sono entrate solo due volte). Oggi sono passato e ho visto che è cambiata gestione. E nome. E, molto probabilmente, anche proprietà. Al bancone c’era una coppia di cinesi. Sono soddisfazioni.

Un aneddoto

Quando nel 1947, la Nizza austriaca (non sono riuscito a capire perché, ma è un soprannome di Gorizia) viene divisa, tutta la città resta italiana, tranne alcuni quartieri periferici e la stazione. Sembra un po’ quella vecchia e stupida gag dell’operaio che riceve in regalo l’autoradio, ma non ha la macchina da metterci attorno; fatto sta che Tito si fa due conti: ho la periferia, ho la stazione… e decide di costruire un nuovo centro. E’ così che nasce Nova Gorica.

Peccato solo che quella stazione doveva servire la città indivisa. E così, chi arrivava a Nova Gorica col treno, usciva dall’edificio e trovava davanti a sé il muro di Gorizia. Non più di trenta passi e il cammino veniva bloccato: c’era il confine dei confini, Occidente – Oriente. Al viaggiatore non restava altro che girare i tacchi e uscire dal retro della stazione, passando sotto l’enorme stella rossa appesa alla facciata principale, per spiegare – molto più agli italiani che agli sloveni – che lì si costruiva il socialismo. Quando la Jugoslavia si disgregherà intorno al Natale ’90, gli sloveni aggiungeranno la coda alla stella rossa, trasformandola in una cometa. Visto che la nuova forma di messianismo non aveva funzionato, la cosa migliore era tornare a quello classico.

Non so se – ne dubito fortemente – a Nova Gorica c’erano le tipiche forme di accattonaggio da stazione (clochard, tossicodipendenti, scoppiati vari), ma fosse stato così, si sarebbero radunate – caso raro – non dietro o di lato, ma proprio davanti all’ingresso principale della stazione.

Il gusto

Fino ai miei quindici, sedici anni, i venditori di sigarette di contrabbando erano delle figure familiari. Come esistevano i tabacchini – locali fissi, aperti in certi orari – così esisteva il contrabbando – bancarelle fisse, che potevi trovare sempre agli stessi angoli, negli stessi orari. Un tavolino di legno, un paio di cassette della frutta rovesciate bastavano a rendere l’idea dell’esercizio. Addirittura il contrabbando seguiva, per certi versi, le regole statali: ogni volta che le Marlboro aumentavano di 50 lire o 100 lire nei tabaccai, anche sulle bancarelle si poteva registrare lo stesso aumento. La differenza di prezzo tra il Monopolio di stato e contrabbandieri era stabile.

Poi, da una stagione all’altra, sono scomparsi. Lo Stato aveva deciso di fare la guerra al contrabbando. Seriamente. Aveva perso alcuni servitori e non poteva accettarlo. Da un giorno all’altro non c’erano più venditori per strada. Anche quella signora dai capelli bianchi, la contrabbandiera della mia infanzia, quella che mi salutava tutte le mattine quando andavo a scuola, fu costretta a riciclarsi come parcheggiatrice abusiva. Era evidente che anche tanti boss del contrabbando avrebbero fatto altrettanto: il contrabbando non era stato sgominato, ma passava a un livello più alto. Le possibilità di incrementare gli affari c’erano eccome, il mondo si stava allargando. Inchieste dicono che ora le sigarette vengono vendute direttamente ai tabaccai, si contrabbanda così; e che anche il marchio dei monopoli di stato sia abilmente contraffatto. Ancora oggi l’Adriatico è il mare dei contrabbandieri.

Non ho mai fumato abitualmente, ma  mi affascinava come da piccoli particolari si riuscisse a risalire alla nazionalità dei pacchetti. Esisteva tutto un mondo di informazioni, anch’esse di contrabbando, che venivano scambiate. Devi guardare il codice a barre. / Le migliori sigarette sono le russe. / Devi guardare il codice a barre. Se il numero finisce col 5 sono russe. / Non comprarle mai se c’è scritto monocside!

Quando c’erano i contrabbandieri per strada, già c’erano gli esteti del fumo che sostenevano di non rivolgersi alle bancarelle perché le loro sigarette avevano un gusto peggiore di quelle del Monopolio di Stato. Io, il gusto del tabacco – e chiamiamolo, gusto, per convenzione – non lo comprendo e non posso dire quanto sia vero. Tendo a credere che qualcuno lo avverta davvero, ma tendo ugualmente a credere che per la stragrande maggioranza la sigaretta non sia qualcosa da assaporare col gusto, ma con altri sensi.

(continua)

discount

Nota: sembra una cosa sui discount, ma si parla di cosa ci piace, perchè lo votiamo, come preferiamo la minoranza. O viceversa.

Gli scaffali dei discount hanno una loro identità. Sono puliti e colorati come ogni altro scaffale coperto di merci, eppure trasmettono un’ansia diversa. Lo IULM a Milano, i sotterranei della stazione Termini, il centro commerciale Le Gru di Grugliasco hanno – tra loro – la stessa luce, gli stessi luccichii e la stessa pulizia. Un’università privata, una stazione e un centro commerciale vendono merce allo stessa maniera. Il discount no, il discount dà immediatamente un’altra sensazione: è dimesso. Mancano i nomi che conosciamo. Manca perfino quell’ordine dei colori prestabilito. Anche se, al supermercato, non compriamo quel tonno lì da anni, quella scatoletta rosa l’aspettiamo. Non la notiamo sempre, ma non possiamo dimenticare che è lì, al posto che una mano amica ha prestabilito per lei. Se chiedessimo tonno al cervello, lui – è più bravo di noi, ha registrato tutto – ci saprebbe guidare verso quel rosa. Poi, magari, sceglieremmo un altro tonno, ma intanto ci rende il posto familiare. Ci sappiamo muovere al suo interno. Al discount, questa riconoscibilità immediata scompare. Perché paradossalmente, il discount riesce a parlare di contenuti, molto meglio dei supermercati strapieni di marche diverse che vendono identici prodotti. Il fatto è che – dopo anni di familiarità con le immagini pubblicitarie – la confezione è immediata. E la confezione ispira più fiducia di tutte quelle paroline scritte in piccolo, il contenuto. Perché il contenuto di un prodotto parla di nutrizione, strategie comunicative, ecologia ed economia. Per parlare di contenuto, occorre un’attenzione che – al supermercato – non ci si può permettere. Anche quando si mettono i tizi all’ingresso a chiedere qualche prodotto in regalo, i consumatori preferiscono comprare un pacco di tonno in più, purché – quando esco – non mi rompano le scatolo con gli orfani senza cibo. Il discount inverte il discorso e anche se a modo suo parla di contenuti. Se voglio la carta igienica migliore andrò alla ricerca della confezione più ricercata, ma se – viceversa – voglio la carta igienica più economica andrò alla ricerca della confezione più essenziale. Costerebbe davvero così tanto a una ditta, che punta a vendere carta igienica economica, lavorare a una grafica più accattivante? O cambiare il carattere della scritta, mettere un po’ di rosa o un pupazzo qualsiasi come mascotte? La risposta è, ovviamente, no. La cifra non inciderebbe in maniera rilevante sul costo. Ma non servirebbe a nulla, anzi, quella carta ne perderebbe in riconoscibilità. Se potessero, ci scriverebbero carta da culo invece che carta igienica. Perché non è più il brutto ad essere economico. Ma è l’economico che deve essere necessariamente brutto ormai.